Introduzione alla ricerca
Il mio lavoro inizia nel ‘99, durante l’ultimo anno di Accademia, quando preparavo la tesi di fine corso. La tesi che ho presentato è stata fondamentale perché ha gettato le basi della ricerca a cui sto lavorando tutt’ora.
La tesi si intitolava “Barbie e Anti-Barbie. L’immagine della donna nell’arte, dalla Pop Art agli anni ‘90”. Esploravo l’immagine della donna nelle opere degli artisti dividendoli tra quelli che proponevano un’immagine stereotipata della donna, simile a Barbie, da quelli che invece proponevano un’immagine opposta e presentavano una visione della donna più carnale e profonda.
Lo studio approfondito del fenomeno Barbie mi ha fatto scoprire che Barbie è la bambola più amata dalle bambine non tanto per l’ideale di bellezza che rappresenta bensì per le sue capacità metamorfiche. Se guardiamo da vicino questa piccola bambola, ci accorgiamo immediatamente che il suo corpo non è un corpo realistico, anzi. Il corpo di Barbie è di plastica rigida, braccia e gambe si articolano in movimenti robotici e il suo sguardo è vuoto, privo di espressione. Inoltre Barbie non possiede una sua identità o una storia personale.
Si può pertanto dire che Barbie è un manichino, o meglio, una scatola vuota. Barbie è qualcuno solo nel momento in cui noi la vestiamo, solo quando mettiamo degli oggetti dentro quella scatola vuota. Ad esempio, se le mettiamo addosso una corona diventa una principessa, se le mettiamo un tutù diventa una ballerina, se le tagliamo i capelli corti diventa un uomo, ecc.
Da queste considerazioni la mia attenzione si è rivolta all’abito, e ho iniziato a costruire vestiti e accessori di ogni sorta per cercare di riempire il vuoto che Barbie rappresenta e costruire un po’ alla volta l’identità della mia donna, così come fecero gli artisti che analizzai nella tesi.
Immagini
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270 accessori di Barbie, 1999/2000
Il primo lavoro sull'abito nasce dal desiderio di catalogare tutti gli accessori che compongono il guardaroba di Barbie. Guardando ai cataloghi dei giocattoli ho iniziato a disegnare, su fogli di carta formato A3, cappelli, gonne, pattini, maschere da sub, ecc., tutti rigorosamente in rosa. L'allestimento che vediamo nella foto è composto da 270 disegni. |
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Sirena, 1999
Successivamente ho sentito la necessità di costruire tridimensionalmente gli accessori perciò sono nate le prime sculture, realizzate in un primo tempo in fil di ferro e nastro isolante, come la Sirena che vediamo nella foto. |
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Pony tail, 2001
Poi ho cominciato a rivestire le strutture con la carta velina, tecnica che si è rivelata più resistente e stabile nel tempo rispetto a quella che ho utilizzato per Sirena. La scultura che vediamo si intitola Pony tail che significa coda di cavallo. |
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Picnic set, 2000
Per realizzare Picnic set mi sono ispirata alle confezioni di indumenti e accessori a tema di Barbie. Si chiamano pac, si comprano nei negozi di giocattoli o nelle edicole. Grazie a Picnic set Barbie ha tutto il necessario per fare una gita all'aria aperta.
L'abito diventa un involucro rigido, una sorta di stampo in cui è il corpo che vi aderisce e si adatta, non l'incontrario. |
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Rain set, 2000
Un set anche per la pioggia, lucido, e arancione in tutte le sue componenti per manifestare con ironia l'ossessione per il pendant (coordinato). |
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Barbie au crochet, 2003
L'installazione Barbie au crochet (Barbie all'uncinetto) è costituita da una serie di svariati indumenti realizzati all'uncinetto con fili di carta velina arrotolata.
In questo lavoro l'abito non è più rigido tuttavia rimane impraticabile perché alterato nelle dimensioni. |
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Modello spugna, 2005
In Modello spugna l'abito è in scala ridotta e realizzato con gli stracci da cucina, dove i motivi decorativi delle spugne stesse fanno il verso alle texture dei tessuti convenzionali. |
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Non è il giallo di squeezable, 2001
Ad un certo punto della mia ricerca, l'abito si fa scultura morbida, in questo caso assume la forma di un orsacchiotto giallo alto 4 metri.
In questa foto lo vediamo impegnato in una lotta con il mobilio stile impero di una delle stanze di Villa Manin, un confronto diretto tra contemporaneità e passato. |
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Non riesco più a guardarmi allo specchio ci vedo un mostro, 2004
Dopo Barbie ho provato a relazionarmi con un altro giocattolo molto amato dai bambini: i Pokemon. Nella mia rielaborazione i piccoli mostri agilissimi e dotati di super poteri del videogioco originale, diventano pupazzi dalle grandi dimensioni, goffi e ingombranti. |
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Oggetto da compagnia.
632.225 punti di pechinese supermercerizzato, 2006
In questa foto vediamo un dettaglio di un lavoro che si intitola Oggetto da compagnia, appartiene alla serie delle sculture morbide però in questo caso la pelle è realizzata manualmente, con la tecnica dell'uncinetto. |
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Oggetto da compagnia.
632.225 punti di pechinese supermercerizzato, 2006
Questi sono quattro Oggetti da compagnia, una produzione diversificata in cui ognuno può adottare quello che gli piace di più. |
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Oggetto da compagnia.
632.225 punti di pechinese supermercerizzato, 2006
La foto dimostra come Oggetto da compagnia, sia una scultura da tenere con sé, in braccio, come un cane pechinese. |
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Navetta NHA, 2007
Navetta NHA è un progetto sul tema dell'utopia, si tratta di una navicella spaziale alta 6 metri, collocata in una zona rurale e costituita da una struttura rigida rivestita da un patchwork di sacchi di rafia sintetica, quelli utilizzati in agricoltura per contenere mangimi, fertilizzanti, cereali o altro. |
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Progetto Ortoveste, 2007/...
Dal 2007 lavoro al progetto Ortoveste che consiste nella realizzazione di abiti su misura per artisti. La foto ritrae Monica Faccio e Thomas Marcuzzi con l'Ortoveste personale. |
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FRAGILE, 2008
FRAGILE è una scultura composta da quattro elementi a forma di fungo realizzata assemblando ritagli di cartone da imballaggio tenuti assieme da tanti piccoli pezzi di scotch.
L'idea nasce dalla volontà di realizzare una scultura che come un frutto nasce, cresce e trae nutrimento nel suo abitat naturale.
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Studio di maschere, 2009
In questo progetto l’abito diventa maschera. Si tratta di un morbido testone dai lineamenti minimali, costruito con tessuto imbottito, finta pelle e panni spugna, da indossare come un casco o un elmo.
Studio di maschere è il primo lavoro nato dopo il mio trasferimento a Trieste, un anno fa. L’arrivo in questa città ha implicato l’adattamento a spazi nuovi, la nascita di nuove relazioni sociali e il confronto diretto con gli innumerevoli input che la città mi offriva.
La maschera era il prodotto del desiderio e al contempo della paura di mettermi in contatto con una realtà che non conoscevo e come un casco aveva la funzione di proteggermi ma senza tarpare le sensazioni, piuttosto di filtrarle e attutire così l’impatto di tutti i messaggi che mi arrivavano dall’esterno.
Nell’immagine lo scatto fotografico cattura due persone mascherate che camminano verso di noi come se stessimo camminando sullo stesso marciapiede. Come nel fotogramma di un film (il formato del manifesto lo suggerisce) entrano in scena molteplici relazioni, tra i due protagonisti, tra i protagonisti e lo spettatore e tra gli spettatori che ora guardano il manifesto e il mondo che li circonda. |
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Trionfo da tavola, 2010
Trionfo da tavola vuole interrogarsi sulle relazioni interpersonali, che come un albero o un corallo hanno bisogno di tempo, dedizione e pazienza per crescere.
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Foto in alto: Nicola Boccaccini
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